°°RECENSIONE LIBRI °°
 

TITOLO: La speranza indiana
AUTORE: Federico Rampini
EDITORE: Mondadori
ISBN-13: 978-88-04-57298-5
ARGOMENTO: Narrativa

 
Racconta di ....
 
Inviato speciale per l’Asia de “La Repubblica”, Federico Rampini in questo libro punta l’obiettivo sull’India e ci guida in un viaggio sorprendente alla scoperta della nazione che entro la metà del XXI secolo sarà la più popolosa e la più vasta democrazia del mondo.
Ci conduce nell’India all’avanguardia, sede di multinazionali come la Infosys, leader nel campo della tecnologia dell’informazione, patria di squadre di biologi appena trentenni, nuovi cervelli della ricerca medica, e di scrittori quarantenni che svettano con i loro libri in cima alle classifiche dei bestseller internazionali. Ci guida sulle strade di un'India democratica e pluralista, laica, tollerante e cosmopolita, dove convivono, pur con molte difficoltà, un miliardo di persone di etnie e religioni diverse, ma non manca di scoprire anche le ombre di quest’immensa realtà, non esente da corruzione, inefficienza e parassitismo della burocrazia statale. Il miracolo indiano coesiste ancora oggi con il retaggio arcaico delle caste, che rappresenta uno degli aspetti più oscuri dell’ascesa indiana insieme all’analfabetismo, alla discriminazione contro le donne e ai pesanti scempi dell’ambiente dovuti all’inquinamento. In quest’affascinante ritratto di una nazione in trasformazione non può mancare un capitolo dedicato alla sua cultura e alla sua storia, che ci conduce a ritroso nel tempo.
Nelle 250 pagine di questo saggio, con il suo stile schietto, scorrevole e nello stesso tempo elegante e di piacevole lettura, degno della migliore tradizione del reportage, Federico Rampini scruta con il suo sguardo di giornalista esperto e preparato un mondo in trasformazione e ci invita a scoprirne i molteplici volti senza timori e pregiudizi.

 
Osservazioni....
 

in questo saggio si entra un poco in contatto con la multiforme realtà indiana, al di là degli stereotipi che, da secoli, si sono andati consolidando su questo immenso paese, come massima espressione di un "oriente" affascinante e mitico.

 
Daniela
 
Letture....
 

“La prima cosa che provi arrivando a Singur” racconta la reporter investigativa Shoma Chaudhury “è un grande stupore. Singur si trova a soli quarantacinque chilometri da Calcutta, la capitale del Bengala, ma lì sei in piena campagna. La terra è generosa. Gli abitanti hanno belle casette solide di pietra rossa. I campi producono abbondanti raccolti di riso, juta, patate e legumi. Ogni cinquecento metri t’imbatti in uno stagno dove sguazzano anatre. La bellezza non viene mai conteggiata dalla macroeconomia. Eppure gli uomini l’apprezzano. Difendono le cose che amano. A Singur il verde è un colore che ha un senso. E’ un colore che vive. Ha un peso, una consistenza e un odore che si dimenticano facilmente quando si vive in città. Un colore che evoca generazioni infinite radicate nella terra e in un modo di vita autonomo, per il quale la gente è pronta a battersi e a morire.” Morire non in senso metaforico. Il nome di Singur balza sulle prime pagine dei giornali indiani nel maggio 2006. appena rieletto al governo del Bengala, Bhattacharjee annuncia un accordo con la Tata Motor: costruirà una fabbrica di automobili a Singur. L’economia della regione ha bisogno di uno stimolo alla crescita e il “Buddha rosso” da tempo guarda al modello cinese.
Il potente vicino asiatico entrò di corsa nel capitalismo globale grazie all’esperimento delle zone economiche speciali voluto da Deng Xiaoping a Canton e Shenzhen, una calamita potente per gli investimenti delle multinazionali e l’industrializzazione. Singur sarà una delle zone speciali del Bengala, un porto franco concesso alla Tata per svilupparvi la nuova vettura del popolo, l’attesissima utilitaria da duemila euro. Ma la genti di Singur non ci sta. Il 25 settembre e il 2 dicembre 2006 la placida zona rurale diventa teatro di guerriglie tra contadini e polizia. Cariche selvagge, gas lacrimogeni, arresti di massa. Nella primavera del 2007 la battaglia riesplode, con un bilancio tragico: sei contadini uccisi negli scontri con i poliziotti. L’amara vittoria del Buddha rosso si traduce in un grande muro di cinta, alto tre metri, eretto per proteggere il terreno di mille ettari concesso alla Tata contro un’eventuale recrudescenza della protesta contadina. Tra la popolazione sconfitta e frustrata, intanto, si infiltrano i ribelli maoisti e naxaliti, gruppetti estremisti che ancora praticano la lotta armata.
Shoma Chaudhury vede scavarsi un fossato profondo d’incomprensione tra due Indie. “Il governo offre ai contadini una compensazione adeguata, allora perché non se ne vanno? Questa è la reazione della maggior parte degli abitanti delle grandi città, quando sentono nominare i tragici fatti di Singur. Un mio amico indiano che vive negli Stati Uniti è ancora più sprezzante, definisce la vicenda di Singur un melodramma. La pensa come lui gran parte del ceto medio indiano. Il fondo della storia è lo stesso in molte zone del paese: terreni requisiti in nome dello sviluppo della grande industria, espropri sommari, spostamenti di popolazioni, indennizzi insufficienti, mancanza di vero consenso tra i contadini, intervento repressivo della polizia e dello Stato. Singur è il perfetto esempio delle tensioni che covano in tutto il paese, confrontando forze spesso in perfetta buona fede, ciascuna fermamente convinta di possedere le migliori soluzioni. La coalizione di sinistra che amministra il Bengala sostiene di difendere gli interessi veri del popolo e dei lavoratori. Tata è considerata generalmente come una delle imprese più etiche e illuminate dell’India, con un atteggiamento di responsabilità verso gli interessi nazionali. Il Bengala occidentale è uno stato dove la popolazione gode di un buon livello d’istruzione, e con un’antica tradizione di movimenti sociali organizzati.”
E’ finita ancora peggio nell’aerea di Nandigram: diciotto villaggi e venticinquemila famiglie in stato d’assedio per opporsi a un’altra zona economica speciale, i diciannovemila ettari coltivabili ceduti dal governo locale al colosso petrolifero indonesiano Salem. I contadini hanno tenuto testa alle forze dell’ordine per mesi, organizzandosi nel Libero Territorio di Nandigram, scheggia secessionista nel cuore del Bengala. Nel marzo 2007 lo scontro è stato feroce: quattordici contadini uccisi dalla polizia.
E non è solo il bengala governato dal suo “Buddha rosso” a conoscere questi conflitti. Sull’altra costa indiana, nello Stato del Maharashtra, sotto Mumbai, un piano analogo vede protagonista il colosso industriale Reliance; per creare un parco tecnologico ha offerto fino a ventimila dollari per ogni parcella di terreno agricolo. Quella somma è un patrimonio per un contadino come Kiran Mhatre, 33 anni, che coltivando il suo appezzamento non guadagna più di cinquecento euro all’anno. Eppure Mhatre non si schioda: “Non mi separerò da un solo pollice della mia terra” ha dichiarato ai giornalisti. L’intera comunità del suo villaggio, Malegharwadi, sta bloccando il progetto Reliance che prevede l’espropriazione di quarantacinquemila contadini. “Quei soldi che mi offrono sembrano tanti” ha commentato Mhatre “ma un giorno o l’altro finiranno. Invece la terra sfama le nostre famiglie da generazioni e continuerà a farlo.” La sua tenacia lancia una sfida all’India moderna, che ha in progetto oltre duecento zone speciali. La resistenza contadina all’urbanizzazione e all’industria è più efficace qui che in Cina. Una ragione è evidente: l’India è una democrazia. Anche se le autorità politiche talvolta usano metodi autoritari, le vittime hanno molte difese nella stampa libera, nei tribunali, nei partiti d’opposizione. Un’altra ragione è più nascosta: tra la classe dirigente, in mezzo alla élite più colta e cosmopolita, resiste una corrente di cultura filocontadina, l’ambizione utopistica di uno sviluppo retto da regole diverse. Si sentono gli eredi di Gandhi, che di fronte all’Inghilterra industriale brandiva come un simbolo morale il vecchio telaio di legno dei tessitori nei villaggi. La campagna viene difesa da fior di intellettuali come deposito dei valori dell’India autentica. La stessa Shoma Chaudhury, che è una giornalista radicale e di sinistra, amica della scrittrice no global Arundathi Roy, dalle colonne del sito ondine Tehelka lancia la sfida: “Gli avvenimenti del Bengala dimostrano che non si può garantire lo sviluppo economico dell’India con il rullo compressore. Non serve a niente dividerci in dibattiti semplicistici opponendo le fabbriche alle fattorie, l’industria all’agricoltura. Il paese si merita progetti economici più intelligenti. Gli abitanti di Nandigram e Singur sollevano una questione fondamentale: lo sviluppo indiano deve avere un volto unico? Perché non troviamo l’immaginazione e il coraggio per capire che la ricchezza può avere nature diverse?”.