°°RECENSIONE LIBRI °°
 

TITOLO: Il campo giochi degli dei
AUTORE: Swami Veda Bharati
EDITORE: Mimesis
ISBN : in uscita
ARGOMENTO: Yoga e filosofia indiana

 
Racconta di ....
 

Le tradizioni spirituali dell'India sono fermamente basate sulla comprensione dettagliata della mente, dei suoi stati, impulsi, operazioni, funzioni e reazioni agli stimoli. Metà della religione indiana (vedica-indù-jaina-sikh-zoroastriana e altre) ha a che fare con i principi psicologici che guidano le relazioni. Una di queste linee guida viene costantemente ripetuta:

akodhena jine kodham (pali)
akrodhenam jayet krodham (sanscrito)

Si dovrebbe conquistare la rabbia con la non-rabbia. Quali sono i mezzi da impiegare nel miglioramento di se stessi?


 
L'autore....
 

Swami Veda Bharati è nato a Dheradun (India) nel 1933. Già professore emerito di Sanscrito e religioni dell’India alla Minesota University (USA), ha scritto numerosi libri di saggistica e poesia sullo yoga, la filosofia indiana e la spiritualità. Da oltre cinquant’anni gira il mondo per tenere conferenze e guidare gruppi di yoga e meditazione in più di trenta paesi.

 
Lettura....
 

La conquista della rabbia

Il primo passo: atmavalokana, l'auto-osservazione. Attraverso l'auto-osservazione ci si libera dalla delusione connessa alla negazione, come nel caso di chi dice: “Oh, io non mi arrabbio mai” con voce rabbiosa! Non si tratta di censurarsi, ma di far spazio a una autocritica costruttiva.
Qui si deve:
a. osservarsi nel momento in cui ci si arrabbia
b. realizzare che è un esercizio futile, del tutto inefficace
c. notare i suoi risultati nella forma di:
• infelicità causata alle persone amate
• danni che ci si procura sotto forma delle altrui reazioni

Quindi, tutto ciò che serve è un sankalpa, una decisione, una risoluzione, quella di addolcire la propria natura come invitano a fare le Upanishad:

Jihva me madhumatama
Fai che la mia lingua sia la più sapida di miele


Si può giustificare la rabbia?

Un’altra domanda che capita di udire spesso è questa: ci sono frangenti e situazioni in cui la rabbia è giustificata e necessaria?

Di seguito viene la nostra risposta. Un atto di auto-avvelenamento quotidiano non può essere mai giustificato. Non è utile e non conduce a risultati positivi e desiderabili.

Ma qualche volta sì, ad esempio quando impedisce a una persona ingiusta e cruenta di fare male a qualcuno. Diremmo allora: l’intervento che previene una brutta azione non deve essere per forza connotato da rabbia. Può essere un intervento deciso che utilizza il giusto quantitativo di forza necessario allo scopo specifico. Come sa chiunque conosca la filosofia meditativa delle arti marziali orientali, la rabbia riduce l’efficacia della forza.

Fu nel contesto di una simile filosofia che Shri Krishna insegnò ad Arjuna a conquistare per prima cosa la rabbia e la paura e poi a combattere. L’ingiunzione della Bhagavad-gita è la seguente: yudhyasva vigata-jvarah: combatti, ma per prima cosa rinuncia a una reazione convulsa. Naivan papam avapsyasi: così non sarai colpevole o malvagio.

Gli slogan pacifisti urlati contro la guerra non fermeranno la guerra se c’è rabbia in essi. Attraverso gli slogan è magari possibile raggiungere posizioni di governo, e adoperarsi con l’intenzione di portare la pace. Purtroppo certi dimostranti non riescono a fermare le guerre che infuriano nel vasto continente dei loro crani. Una volta al potere, dichiareranno un’altra guerra “giusta”.

Le arti marziali ci insegnano per prima cosa a sconfiggere la nostra rabbia e poi a mettere fuori combattimento un malintenzionato attraverso l’uso concentrato della mente rilassata, come indicato dagli yogi.


La paura pervade tutte le aree della vita. Abbiamo paura di avvicinare uno sconosciuto a cui chiedere un’informazione per timore che ci eviti. Abbiamo paura di amare per il timore di essere respinti. Abbiamo paura di camminare nel buio di un vicolo stretto e sentire passi che si avvicinano, e colui (o colei) i cui passi ci intimoriscono a sua volta prova paura nel sentire i nostri passi. Compriamo pistole e mettiamo insieme eserciti non perché siamo coraggiosi, ma poiché siamo vigliacchi nascosti dietro una terribile paura di tutto.

La nostra economia è governata dalla paura. Abbiamo timore di morire di povertà. Il mercato azionario è governato dalle emozioni, metà delle quali è costituito da paure varie. Si generano paure di massa e il mercato crolla. Temiamo la caduta della posizione professionale e la perdita della poltrona di prestigio. Abbiamo paura delle malattie. Paura per i nostri figli, per i nostri cari. Abbiamo paura di tuoni, fulmini, luoghi bui. Ma innanzitutto abbiamo paura della morte.

La paura assume innumerevoli forme – ad esempio l’agorafobia o la paura di volare. La maya collettiva ha gettato una coltre scura sulla totalità delle nostre menti, la mente del mio nemico, la mia stessa mente, che è nemica del mio nemico.

Tutte queste alterità (dviteeya-bhaava; anya-bhaava, parakeeya-bhaava) non cesseranno finché non avremo sollevato il sipario di maya che ci ha condotto a perdere la nostra suprema identità, lo stato di parama-atman. Una volta che questo stato venga recuperato non c’è più paura, non c’è più nemico, nessuna freccia avvelenata, parola di pietra o missile di crociera. Guardando al panorama mondiale presente dimentichiamo che ci sono cinquanta nazioni che non possiedono eserciti.

La via del senza-paura

In India tremiamo all’idea che anche il nostro paese possa essere colpito da una replica della tragedia sul modello dell’undici settembre a New York. Certo, soffriamo il trionfo del terrorismo nel mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, dimentichiamo un altro undici settembre al quale uno scrittore, Palagummi Sainath, si è riferito in un articolo pubblicato l’undici settembre 2006 su “The Hindu” (“Gli undici settembre, scegliete il vostro”). È l’undici settembre 1906 in cui il Mahatma Gandhi dava inizio al satyagraha (lotta non-violenta, ndt). Quella grande anima mise da parte tutte le paure: la paura di fallire, la paura di essere abbandonato dal popolo, la paura dei bastoni della polizia, la paura delle pallottole.