°°RECENSIONE LIBRI °°
 
TITOLO: Pinocchio Nero
AUTORE: Marco Baliani
EDITORE: Rizzoli
ISBN: 88-170-0726-9
ARGOMENTO: Narrativa
 
Racconta di....
 

Quando Marco Baliani si trova per la prima volta a volare sul deserto africano per atterrare a Nairobi non si immagina che la realtà di una delle periferie del mondo possa essere così dura e degradata. Grazie a un progetto Amref, un’associazione laica che opera da anni in Africa con progetti di sviluppo sociale, Baliani incontra una piccola comunità dell’enorme baraccopoli dove i ragazzini vivono per strada sniffando colla dalla più tenera età.

Da qui un’intuizione: può la favola del burattino più famoso del mondo parlare a questi bambini già induriti da miseria e violenze? Può rappresentare per loro una possibilità reale di riscatto? Così, senza ancora un progetto definitivo si forma un gruppo di teatro, finché Pinocchio prende la parola. Il resto è uno spettacolo travolgente che ha riempito teatri.

Questo libro è il diario di un viaggio e di un’avventura straordinaria che vuole restituire al lettore le atmosfere, i sapori, le sensazioni di questo incontro, il senso di un viaggio che ancora non è finito, perché, come dicono i griot africani, "c'è un solo luogo dove andare veramente, e quel luogo è il Tempo".

 

Osservazioni....
 

Ho assistito l’anno scorso allo spettacolo…. I ragazzi avevano una grandissima presenza scenica, trasmettevano in maniera intensa, fisica, la forza della Vita. Difficile credere che quegli stessi ragazzi potessero vivere inebetiti sotto gli effetti della colla, il loro rifugio in una realtà fatta di violenza e abbandono… eppure, anche quando nascosta, la forza vitale è presente, può essere risvegliata.
Attraverso la creatività si scoprono qualità, doti, tesori presenti in ciascuno…. Che diventano doni per tutti.

Daniela

 

Piccola lettura....
 


Nella storia di Pinocchio, Geppetto, povero e affamato, mette al mondo un figlio quasi per gioco o per disperazione. E’ un figlio imperfetto, un pezzo di legno che si muove incerto e che avrà bisogno di molte esperienze per diventare un bambino normale. Pochi momenti dopo la nascita padre e figlio si perdono e si ritrovano solo alla fine, tutt’e due molto trasformati da tutte le vicende che gli sono capitate. Fin dall’inizio Pinocchio è solo, e da solo dovrà affrontare il grande mondo.


Sembra anche l’inizio di quasi tutte le storie di questi ragazzi di strada.
Anche qui i padri mettono al mondo figli con incoscienza, per distrazione, raramente per un atto d’amore consapevole, poi si perdono e sono a loro volta perduti. Nella quasi totalità delle loro biografie, pazientemente ricostruite nel percorso teatrale, quando abbiamo cominciato a rimettere insieme i frammenti di una memoria personale, a riallacciare rapporti con ciò che restava dei loro nuclei familiari, i padri già non c’erano più, scappati loro per primi, con altre donne, in altri quartieri, oppure morti giovanissimi, di Aids per lo più, o di altre epidemie.
Qui, quando ci sono, i riferimenti forti sono le madri, sono loro che riescono a caricarsi sulle spalle quattro, cinque figli, aiutate dalla catena femminile delle sorelle, delle nonne, delle zie, magari sorrette anche dalle vicine di casa. Ma spesso anche le madri mancano all’appello.
Dietro le storie dei ragazzi di strada c’è un groviglio di sensi di colpa per la perdita del padre, frustrazioni, richieste d’affetto mai esaudite. Fin da piccoli la casa-baracca è vissuta come un luogo opprimente, dove un altro uomo, magari di passaggio, ha sostituito il padre, dove compaiono strane figure di zii, che li picchiano, quando addirittura non li violentano, oppure dove i fratelli più piccoli, cresciuti a grappolo uno via l’altro, li costringono a non avere più spazio, né fisico, alla lettera, né affettivo. Cominciano presto ad allontanarsi, prendono a girovagare finché, prima ancora di rendersi conto di ciò che gli è accaduto, si sono trasformati in ragazzi di strada, e allora non tornano più indietro, si costruiscono un’esistenza precaria ma anche libera da qualsiasi condizionamento adulto, fanno banda, si proteggono fra loro, sniffano, rubano, si accoltellano, vengono imprigionati, subiscono altre violenze, in un ciclo infernale che non ha vie d’uscita.


Quello che Pinocchio ritrova nella pancia della balena alla fine del suo viaggio è un altro Geppetto, un padre appunto “ritrovato” ed Pinocchio adesso a prendersi cura di lui caricandoselo letteralmente sulle spalle.
Ancora una volta la metafora del racconto corre parallela fin quasi ad identificarsi e sovrapporsi agli accadimenti “reali” avvenuti a fianco del percorso teatrale. Alla fine siamo riusciti a far tornare i ragazzi alle loro famiglie o a quel che ne rimaneva.
Guidati da loro, siamo andati a trovare le baracche dove avevano vissuto e da cui erano scappati, non per farli tornare fisicamente lì – per molti di loro sarebbe impossibile riadattarsi a quelle condizioni – ma per renderli responsabili dei loro cari. La casa-teatro resta fino ad ora il luogo dove dormono e praticano teatro, ma con sempre più frequenti visite e scambi con le famiglie di appartenenza.
John Muiruri ha poi pensato a creare una specie di comitato collettivo tra tutte le famiglie, riunendole una volta alla settimana alla casa-teatro per parlare tutti insieme dei problemi di ciascun nucleo, di come si possono risolvere, discutendo perfino di forme di micro credito ricavate dalle entrate teatrali, affidate alle figure responsabili nei vari nuclei familiari, per lo più figure femminili, ma sempre decidendo insieme quanto e a chi dare.


Così il lavoro teatrale ha formato un cerchio più ampio di quello dei soli ragazzi.
Ho assistito ad uno di questi meeting, i partecipanti arrivano vestiti bene come andassero a messa la domenica, si siedono in cerchio e sotto l’attenta regia di John cominciano a discutere animatamente. Ci sono lo zio di Wycliff, quello di Alex, la nonna di Onesmus, parenti ritrovati. Di colpo anche loro sentono di avere una relazione che li lega e li rende degni di essere ascoltati.
C’è molta allegria, si fanno battute, i ragazzi vanno e vengono, ognuno dice la sua. Seduti in cerchio, sembrano tutti improvvisamente più svegli, hanno smesso quel senso di apatia che spesso li caratterizza, sentono che qui si sta discutendo di cose importanti, che li riguardano.


“Perché quando i ragazzi, da cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie” dice Collodi nel suo Pinocchio. Sembra una frase intrisa di moralismo, eppure qui è proprio così, l”aspetto nuovo” ce l’ho sotto gli occhi, è una trasformazione tangibile.