°°RECENSIONE LIBRI °°
 

TITOLO: Sottosopra
AUTORE: Erri De Luca e Gennaro Matino
EDITORE: Mondadori
ISBN: 978-88-04-56305-1
ARGOMENTO: Saggistica

 
Racconta di....
 

Gennaro Matino ed Erri De Luca raccontano le distanze fra terra e cielo, tra creatore e creature. In un deserto o su alcune cime di montagna queste distanze si annullano. In questo libro presentano i momenti e i luoghi salienti di comunicazione fra Dio e l'uomo attraverso brevi pensieri, spunti di riflessione per il lettore più che dotto trattato. Nuova luce sulle scritture è gettata dall'esplorazione del significato dei termini in ebraico, una lingua riarsa - afferma De Luca - scritta con sole consonanti, parente del silicio del deserto, l'unica che poteva resistere all'impatto dell'incandescenza della rivelazione... quella di un Dio unico e uno che si costipava in un alfabeto, una grammatica, e parlava.

 
Osservazioni....
 

Un testo a due voci, riflessioni su come la rivelazione, nell'antico come nel nuovo testamento, avvenga sulle alture. Credo sia un'esperienza comune quella di trovare un senso di pace, di contatto con il Tutto, sulla cima di un monte, di una collina... e questa sensazione è tanto più forte quanto più è vissuta con presenza anche l'ascesa, come se fosse una sorta di purificazione preparatoria all'ascolto... senza dimenticare l'importanza del ritorno, dello scendere, in qualche modo cambiati. La novità rivoluzionaria di Gesù è soprattutto quella dell'ultima ascesa, quella sul colle del Cranio, il Golgota, sulla croce.. un'ascesa che sembra una discesa, una sconfitta. Però, dice Matino, "l'unico modo possibile per far conoscere a Dio il dolore dell'uomo e far capire all'uomo che Dio conosce ogni suo tormento era scegliere la via della croce".

Daniela

 

Piccola lettura....
 

La pianura è gremita di folla venuta ad ascoltarlo. Per essere inteso da ognuno sale sopra un’altura, rimasta, come il Sinai, senza luogo. Lo seguono assiepandosi lungo i versanti. Non c’è fiato di vento che disperda la voce, né bisbiglio che guasti: l’acustica è perfetta, da sala di concerto.

In piedi sulla cima pronuncia il suo più lungo discorso, raccolto in centosette versi del libro di Matteo, capitoli dal quinto al settimo. Nessuno stenografa, nessuno prende appunti. Le orecchie allora possedevano capacità d’ascolto e di memoria inarrivabili per noialtri di oggi. Erano tutti musicisti, sapevano ripetere uno spartito di parole ascoltate una volta soltanto. Quelle orecchie erano degne di quella voce, di ospitarla in loro.

Nella membrana acustica dei testimoni il discorso si conserva intatto, da potersi trasmettere anche un secolo dopo: in altra lingua. Il greco di Matteo è lontano assai dall’aramaico di Gesù, pazienza.

Secondo la versione in italiano l’esordio è: “Beati i poveri di spirito”. Perciò si chiama delle “beatitudini” il discorso. Più concreta dell’aerea beatitudine è la parola ebraica Ashré, che è più fisicamente una letizia. Ashré è la voce con cui iniziano i Salmi: Ashré Haìsh, “lieto l’uomo”. Gesù inizia da un suo proprio salmo. E salmo è anche la preghiera che insegna da là sopra, il Padrenostro.

E’ nel suo diritto di famiglia mettere mano ai Salmi. Il suo antenato Davide è l’autore di maggioranza di quella raccolta detta in ebraico Tehillìm. Con ashré Gesù chiede che una letizia spunti sopra i volti, esige un sorriso di accoglienza dalla folla che si è ammucchiata muta. Il suo “Lieti” schiude le facce compresse dallo sforzo di attenzione. La parola di apertura dei Salmi congiunge la sua novità alla sorgente antica.

La traduzione tramanda le parole seguenti: “i poveri di spirito”. Gesù passa dai Salmi ad Isaia, si riferisce ad un verso che così annuncia: “Alto e santo risiederò e con il calpestato e l’abbassato di vento per far vivere un vento agli abbassati e per far vivere un cuore ai calpestati (57,15). Come il santo del verso, lui sta in alto sopra un cocuzzolo e presso di lui stanno i mortificati. “Abbassati di vento”, shfal rùah, è l’espressione di Isaia, ripresa da Gesù e tradotta con: “poveri di spirito”.

Le nostre traduzioni mettono spirito e anima dove l’ebraico ha vento, soffio, fiato. L’ebraico è lingua fisica e ospita la rivelazione di una divinità che si manifesta in un’entusiasmante varietà di concretezze, in cima alle quali sta l’uso della parola. “Poveri di spirito” è meno forte di “abbassati di vento”, gli oppressi al punto di avere il collo piegato, il fiato rivolto a terra, trascinato al suolo.

A tradurre rùah “vento” anziché “spirito”, s’intende meglio un’umiltà: che non è tuo nemmeno il respiro, che è invece un vento venuto da fuori. Penetra nei polmoni, ne esce, per proseguire oltre. Neanche del respiro si è padroni, e l’evidenza sta nell’atto di nascita, comincia nel neonato con un vento che forza gli alveoli chiusi, li spalanca, li asciuga. Si è ospiti di un vento che si infila col suo miscuglio di ossigeno, azoto e gas inerti.

Così s’intende meglio Gesù in punto di morte sul patibolo romano (Luca 23,46) che dice, ripetendo il verso del Salmo di Davide (31,6): “In tua mano sto per affidare il mio vento”. Il vento che mi hai dato in punto di nascita, ora restituisco.

Allora si carica di esplosivo la frase: “Lieti gli abbassati di vento”, quelli che stentano a respirare per come sono oppressi, quelli con il cuore calpestato. Nessun poeta ha raggiunto le sintesi incendiarie di Isaia. “Lieti gli abbassati di vento”: qui si fonda il sottosopra, la sovversione delle precedenze in terra. Essi sono i primi del mondo.

Gesù esclama la frase sotto il cielo, nel punto più distante del regno terreno. Lassù i valori sono rovesciati. La serie successiva delle letizie nuove è messa a contrappunto delle misere gerarchie terrestri. Lieti sono i mansueti, gli affamati, gli assetati di giustizia, i misericordiosi. La novità è uno scardinamento. Queste notizie scottano come un tizzone da afferrare con le mani.

Lieti, lieti, lieti tutti quelli che sono dati per spacciati oggi, i migratori respinti, i bombardati in casa, i difensori di pace derisi dai signori delle guerre seduti alla presidenza. Lieti i raccolti dietro il primo grido: “Lieti gli abbassati di vento”. Qui si proclamano i vinti.
Mai sono state così sconvolte le classifiche ufficiali, i ranghi, a opera non di un’insurrezione, ma sotto la spinta di una letizia sconosciuta ai potenti. Ashré, “lieti”, ha in ebraico lo stesso valore numerico di tikvà, “corda” e “speranza”. Perché speranza è corda, annoda e sostiene.

Si sa che le cime dei monti sono inabitabili e da lì bisogna scendere, rimettersi alla pianura e alle sue leggi dispari, ai primati fondati sul possesso. Dalla cima di quella letizia pronunciata, nell’udito perfetto dei contemporanei, si deve scendere. La sua novità non ha ancora trovato posto in terra. Però da quel discorso si sa che esiste un punto di orizzonte verso il quale voltarsi, c’è un’altura calcata da quelle impossibili parole. Hanno piantato letizia dove più imperversa la mancanza. La terra verrà giudicata dai suoi monti.