°°RECENSIONE LIBRI °°
 

TITOLO: La forza della gentilezza
AUTORE: Piero Ferrucci
EDITORE: Mondadori
ISBN: 978-88-04-55177-5
ARGOMENTO: Saggio di psicologia

 
Racconta di....
 

In questo libro Piero Ferrucci, psicoterapeuta e filosofo, tratta il soggetto della gentilezza e delle sue qualità dal punto di vista scientifico: le sperimentazioni e le scoperte in questo campo stanno aumentando sempre di più. Al tempo stesso questi argomenti sono vecchi quanto il mondo: non c'è da stupirsi che varie tradizioni spirituali, poeti e filosofi, ne abbiano parlato. Il Dalai Lama, per esempio, afferma “la mia religione è la gentilezza”.
La gentilezza è vista, non come un'idea astratta, ma un modo di essere e di agire nell’intricata selva dell’esistenza quotidiana.

Come qualsiasi cosa buona, anche la gentilezza ha i suoi rischi e le sue deformazioni: per esempio l'arrendevolezza, la cortesia ipocrita, la soppressione delle emozioni negative, ecc. Il libro affronta anche questi temi. Il rischio di scambiare la gentilezza per debolezza c'è sempre. Vaso di coccio fra vasi di ferro? No grazie.

A poco a poco la gentilezza, lungi dall'essere una forma di cedevolezza, emerge come una forza, quella forza senza la quale l'umanità non può sopravvivere, e grazie a cui ognuno di noi può trovare il proprio equilibrio e il senso della vita.



 
Osservazioni....
 

Sincerità, perdono, calore, appartenenza... sono solo i primi dei diciotto attributi che, capitolo dopo capitolo, l'autore indaga come sfaccettature della gentilezza. Spunti di riflessione che hanno la semplicità del buon senso senza per questo essere banali e che ci riportano alla nostra vera natura.... Spunti che se vengono messi in pratica, magari facendo un po' di fatica rispetto a certe resistenze personali, danno veramente risultati...sorprendenti!

 

Daniela

 

Piccola lettura....
 

[…] La gratitudine è per definizione antieroica. Non dipende da quanto io sono bravo o forte o speciale. E’ anzi basata sulla mia mancanza e sulla mia capacità di ricevere aiuto. Se non nascondo a me stesso quanto sono vulnerabile e incompleto, allora posso ricevere il beneficio che la vita mi offre, ed essere grato. Il sollievo che la gratitudine può dare deriva proprio da questo: mi rendo conto che da solo non posso farcela; non devo più sforzarmi di essere un superuomo o una superdonna, ma va bene così com’è. […]

[…] La gratitudine si dimentica con facilità, però è anche facile da evocare. Possiamo fare un interessante esperimento al riguardo: pensare a tutte le persone della nostra vita a cui possiamo essere grati (o magari non tutte, ma le principali). La difficoltà sta nel fatto che le persone per cui sentiamo gratitudine sono spesso le stesse verso cui proviamo risentimento, per esempio i genitori, perché magari ce ne hanno fatte di tutti i colori. Il risentimento di solito occulta la gratitudine, ma l’abilità dell’esperimento consiste nel mettere fra parentesi rancori, rimproveri, ripicche, per quanto grandi, e concentrarsi, per quanto minuscoli possano essere, sui benefici.
Dunque pensiamo alle persone della nostra vita a cui siamo grati. Possiamo incominciare con le più facili, quelle che ci hanno fatto un favore disinteressato. Basta incominciare così, e ce n’è d’avanzo. Perché nella vita di tutti noi ci sono molte più persone che ci hanno fatto del bene di quanto non crediamo, e magari non ce ne siamo accorti, o non l’abbiamo riconosciuto appieno. I nostri genitori, che ci hanno dato la vita, che si sono presi cura di noi (sempre ammesso che lo abbiano fatto); i maestri che hanno creduto in noi o che ci hanno semplicemente insegnato a leggere e scrivere (a meno che non ci abbiano perseguitati o ignorati). Gli amici che ci hanno voluto bene e sono interessati a noi per ciò che siamo, senza volerci cambiare. Gli amori, pochi o tanti, che hanno trovato in noi la pienezza del piacere e della felicità (poi magari le cose si sono complicate, ma quei momenti ci sono stati). E in generale tutti coloro che hanno fatto qualcosa di bene o di utile, tipo il postino che ci porta le lettere ogni giorno o il tassista che con le sue battute ci tira su di morale.

Se ci fermiamo a riflettere, troveremo molto di più di quanto non crediamo in un primo momento. Perché la vita è fatta di piccoli e grandi favori, di solidarietà e gentilezze. Non solo di sgarbi e prepotenze. Certo, ognuno di noi porta con sé le ferite di mille ingiustizie ed offese. Questo lo sappiamo fin troppo bene. Ciò che è più facile dimenticare, perché è così ovvio, e che, anche per coloro che si reputano sfortunati e soli, la vita è intrecciata con quella di tutti gli altri, e non potrebbe esistere senza il sostegno altrui.
Se penso alle persone della mia vita a cui posso essere grato, succede qualcosa di molto interessante: a poco a poco mi accorgo che tutto ciò che ho – beni, capacità, tratti del carattere, idee – mi viene dagli altri. Oppure, se è proprio mio, che è stato attivato dalla loro presenza.
Dai genitori ho avuto sostegno e sicurezza dell’affetto; i miei vari maestri mi hanno dato strumenti essenziali per il lavoro, idee, ispirazione; gli amici mi hanno fatto sentire bene con me stesso; alcuni colleghi mi hanno insegnato i trucchi del mestiere; altre persone mi hanno aperto a mondi e a individui di cui non sospettavo neppure l’esistenza, e altre ancora mi hanno insegnato l’importanza di occuparsi del prossimo. Mia moglie e i miei figli mi hanno regalato amore e sorprese in abbondanza. E questo solo per cominciare.

Così mi rendo conto che ogni mattone della mia casa è stato dato da qualcuno, e i miei mattoni a loro volta hanno contribuito a molte altre case. Allora, come mi sento? “Aiuto, il mio orgoglio è umiliato, la mia autosufficienza è minacciata, mi sento in debito con tutti!” No, niente di tutto questo: cambia solo la mia idea di ciò che io sono, di ciò che tutti noi siamo. Siamo stati educati a pensare che siamo tutti individui con confini ben delimitati, che occorre rimboccarsi le maniche e darsi da fare per migliorare se stessi e produrre qualcosa di utile. Questo fa parte della cultura occidentale. Vediamo noi stessi come palle da biliardo: individui a sé stanti circondati da altri individui.
Ma è un’immagine fallace. Siamo più simili a cellule, dotate di membrane permeabili, che vivono di scambi continui e dipendono dalle altre cellule per vivere. La gratitudine è una visione realistica di ciò che siamo, una prospettiva in cui non c’è più debito o credito, e lo scambio è continuo e costituisce ciò che siamo e come viviamo. Qui, noi siamo gli altri, e gli altri siamo noi. Se incominciamo a ragionare in questo modo, ci sentiamo molto più rilassati. La gratitudine non è più un evento eccezionale, ma un sentimento di base. E mentre la mancanza di gratitudine è freddezza, chiusura, distanza, la gratitudine è calore, apertura, intimità.
Così la vita diventa molto più facile. La nostra psiche non è più un’agenzia di pubblicità che si affanna di continuo per dimostrare quanto siamo bravi. E non è neanche l’ufficio reclami dove si sentono sempre lamentele su ogni cosa. Ci dobbiamo sforzare di meno. Non dobbiamo intraprendere battaglie cruente né cercare vittorie impossibili.
Scopriamo che la felicità c’è già, insospettata.