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°° INTERVISTA A RAIMUNDO PANIKKAR, Daniele Belloni °°
 

Ho incontrato il professore a Milano, nella primavera del 2002. Era in città su invito del Cardinal Martini, in occasione di un convegno sul dialogo interreligioso che doveva tenersi all'Università Cattolica.

Prof. Panikkar, quale dialogo dopo l'11 settembre? Quale incontro fra cristianesimo e islam?

Adesso il dialogo non solo è necessario, ma anche più interessante. Ora abbiamo l'opportunità di instaurare un rapporto che sia davvero nuovo e creativo. Perché soltanto la riconciliazione rompe la legge del karma, mentre la logica della vendetta non è in grado di condurre mai alla pace. Seimila anni di storia ce lo dicono. E poi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Io non difendo nessuno, ma constato che il fondamentalismo cristiano è molto più pericoloso, sottile e intelligente del fondamentalismo islamico. Per secoli abbiamo detto che la nostra è l'unica religione e alle altre abbiamo riservato solo un poco di tolleranza. Dovremmo vedere la trave nel nostro occhio, e non solo la pagliuzza nell'occhio altrui.

Come arrivare a quella radicale mutazione della coscienza, la metanoia che lei auspica, in grado di farci scorgere nel nostro prossimo nient'altro che noi stessi?

Se io vedo me stesso capisco anche l'altro. Dalla Sibilla di Delfi sino al Corano le esperienze concordano: "Chi conosce se stesso conosce il suo Signore". Una delle più grandi eresie che percorrono l'Occidente da mezzo millennio è l'individualismo. Si rispetta l'altro, ma vedendolo separato da sé, e così si elimina ogni possibilità di vera conoscenza reciproca. Ciò che ci porta a disprezzare l'altro è la mancanza di auto-conoscenza profonda, ma una volta scoperta questa dimensione dell'esistenza, si può essere ottimisti e vivere. E sorridere. La storia non è tutto, fortunatamente. Le ultime notizie possono essere eccitanti, e sono vere, certo, eppure occorre mantenere il senso delle proporzione e l'armonia interiore che deriva proprio dal conoscere noi stessi. Io conosco più santi vivi oggi che in tutto il calendario. Ma bisogna scoprirli: uomini, donne, mamme, persone che vivono con un ideale, ma di cui i giornali non scrivono perché non fa notizia. Non dobbiamo essere così miopi da considerare realtà solo ciò che rientra nelle notizie degli ultimi cinque minuti.

In "Mito, fede ed ermeneutica" (Jaca Book) lei cita un antico testo indiano, il "Tripura Rahasya" che dice: "Ciascuno riesce a comunicare con l'altro perché crede nell'altro". Ma quale comprensione reciproca può esserci in un mondo contrassegnato da immensi squilibri, disparità politiche, sociali, culturali e religiose?

È proprio a partire da una simile situazione che si impone la trasformazione radicale della storia, della religione, del concetto di Dio. Ora è il grande momento per operare la metanoia. L'alternativa è il disastro totale e l'autodistruzione della cultura occidentale. Guardi i ventenni: l'unico loro ideale è di avere la moto e lanciarla a folle velocità. E questo perché abbiamo fatto della loro vita una cosa noiosa, uniforme e senza rischio, e loro desiderano rischiare. Ma ora abbiamo la grande possibilità di correre un rischio storico: disarmarci e accettare di essere vulnerabili. È un grande momento e io sono ottimista!

Politici, intellettuali e gente comune in Occidente: chi, a suo avviso, ha maggiormente bisogno di aprirsi all'altro attraverso l'interculturalità?

Tutti, a cominciare dagli intellettuali. La conoscenza di molti intellettuali è senza amore, è puro calcolo che porta allo sfruttamento, ma anche un amore senza conoscenza è puro sentimentalismo. Non è possibile la pace su questa terra senza quella conoscenza profonda che io chiamo interculturalità. Se nell'altro vedo un criminale o un sottosviluppato, mi nego la possibilità di scoprirlo e quindi di conoscerlo. Perciò dobbiamo evitare le caricature culturali, sennò i sottosviluppati diventiamo noi, noi occidentali che abbiamo la tecnologia, ma non l'umanità. Ci sono rimasti solo i gadget. Io conosco molto bene i bengalesi, un popolo che non prova il senso di inferiorità degli indiani in genere. Molti bengalesi vorrebbero fare una crociata per salvare noi poveri occidentali, così ricchi ma così sottosviluppati spiritualmente. A Calcutta ci sono migliaia di società che si riuniscono in una stanza minuscola per discutere del bello, per fare poesia, fino a notte inoltrata. Questa è sostanza umana! Quindi è fondamentale l'interculturalità che inizia con l'interesse, la curiosità, la simpatia, e sfocia nella conoscenza. Allora si arriva alla mutua fecondazione, alla vera cultura della pace. E vorrei anche dire agli intellettuali d'occidente che spesso si usa la lingua come un arma, per convincere, per stare sopra, ma parlare è un atto d'amore. Non è una competizione per stabilire che dispone della migliore dialettica.

Lei ha tradotto dal sanscrito e commentato i Veda, i testi della sapienza indù (apparsi in Italia da Rizzoli). Cosa vi può trovare l'uomo occidentale d'oggi?

Tutto quello che cerca. Se cerca soltanto il sesso, lo trova. E poi una cosa che a volte non si trova neanche nella tradizione cristiana, e cioè una gioia della vita, un senso di positività e di apertura alla pienezza della natura. Uno degli inni più belli e straordinari è dedicato all'aurora, alla nascita del sole. E vi può trovare anche una certa innocenza che impedisce di vedere il male dove noi lo vediamo, e poi bellezza e desiderio di armonia.

Colpisce nei Veda il richiamo continuo all'idea di sacrificio che tiene insieme il cosmo e lo rinnova in una sorta di cooperazione tra umano, divino e cosmico.

Per la maggioranza degli uomini di Occidente può essere una provocazione, ma si tratta di un passaggio indispensabile. Vi è anche da dire che l'accezione comune della parola "sacrifico" in occidente è completamente diversa dallo "yajna" dei Veda. E queste benché la parola derivi comunque dal latino "sacrum facere", rendere sacro. Nel sacrificio vedico l'uomo viene considerato parte del dinamismo cosmico. Se le azioni umane prescindono dal cosmo perdono ogni senso. Se non servono alla coesione del mondo, nel senso indicato dalla Bhagavad-gita (lok samgraha), se cioè non hanno vitalità cosmica, l'esistenza stessa dell'uomo, perduta nell'isolamento e nell'individualismo, è priva di valore. S.Bernardo ha scritto un libro, "De consideratione", ma cosa vuol dire considerare? Mettere le stelle insieme, "con-siderare", realizzando che ogni azione è cosmica, e attraverso di essa l'uomo brucia e purifica ciò che in lui è inautentico. Così l'uomo collabora al mantenimento del cosmo.

Professore, torniamo alla Bhagavad-gita, che è l'insegnamento di un Dio, il Signore Krishna, a un guerriero, Arjuna, insegnamento impartito su un campo di battaglia. Ipotizziamo che l'11 settembre 2001 Krishna fosse il consigliere per la sicurezza nazionale di George Bush: secondo lei cosa avrebbe consigliato al presidente americano dopo l'attacco terroristico alle Torri Gemelle?

Di compiere il proprio svadharma, il proprio dovere di presidente di una nazione che è sempre stata esempio di tolleranza, solidarietà ed accoglienza. Krishna avrebbe detto a Bush: vai al porto di New York e ammira la statua della libertà, il faro per tutti coloro che poco più di cinquant'anni fa scappavano dal nazi-fascismo e venivano considerati criminali. Tu sei il presidente di questa nazione che ha sempre accolto tutti e non puoi abbassarti a compiere azioni di vendetta solo perché sei più potente.

Di fronte alla realizzazione in meditazione del nucleo essenziale di sé, di ciò che è sempre libero e sempre puro, i saggi hanno tenuto comportamenti dissimili nel corso della storia: il silenzio o la testimonianza, la comunicazione. Chi ha ragione?

Nessuno se si delinea una dicotomia.Il silenzio è silenzio quando può generare la parola. La parola è parola, quando scaturisce dal silenzio. Lo si ritrova nel Vangelo di Giovanni, "Nel principio (che è il principio del silenzio) c'era la parola". Di nuovo siamo nella non-dualità (advaita) parola e silenzio vanno assieme.

Advaita e cristianesimo, vogliamo parlare di Henry Le Saux, Abhishiktananda?

Abishiktananda era un perfetto esempio di questa a-dualità...

Viene descritto come un uomo tormentato.

Vi sono stati periodi diversi. Alla fine della sua vita aveva trovato una pace straordinaria. E comunque dobbiamo considerare l'aspetto psicologico: era un bretone. Un uomo un po' tormentato, sì... Io l'ho fatto piangere una volta... facendogli cantare canzoni bretoni della sua infanzia che lui pensava di dover assolutamente dimenticare. Piansi anch'io vedendo la sua emozione. Camminavamo verso le sorgenti del Gange...eh, sì...

Professore, leggo una sua dichiarazione ai giornali: "Sono partito come cristiano, mi sono ritrovato indù, torno come buddista, senza cessare di essere cristiano"...

Aggiungerei che sono tornato come un cristiano migliore!

Si tratta del cammino di un'anima specialissima o può essere proposto come modello di percorso per l'uomo del terzo millennio?

Può essere considerato come un simbolo che indica nello splendido isolamento un modello oggi improponibile, e al tempo stesso sottolinea che non puoi perdere la tua personalità, ciò che tu sei. Eppure puoi aprirti, lasciarti fecondare. Non siamo monadi chiuse, ma snodi di una sola rete che si influenzano mutuamente. Se ti apri, senza paura, sei fecondato. In occidente siamo dominati da una visione maschile del mondo, siamo impegnati a lottare, conquistare, creare...meno male che il Dio dell'India non crea, ma gioca! Penso allora che dovremmo recuperare la dimensione femminile della vita, che non è privilegio delle sole donne, e che è la sola speranza per l'umanità.

Lei ha introdotto il tema della paura...

Che è una delle più grandi sfide ai dogmi d'Occidente e cioè alla volontà. Lo testimonia l'ossessione patologica per la certezza di un grande genio della nostra filosofia, Cartesio. Sicché oggi siamo arrivati alla ossessione ancora più patologica per la sicurezza che è la più grande malattia occidentale: trenta milioni di soldati, milioni di armi in possesso dei singoli cittadini, compagnie d'assicurazione! Ma grazie a Dio niente nella vita è sicuro. Uno degli effetti collaterali di questa ossessione cartesiana è lo spostamento dell'interesse verso la realtà formale delineata dalla matematica che l'uomo cerca di far coincidere con la vita stessa: due più due fa sempre quattro. Soddisfa il nostro desiderio di sicurezza, ma ci rende intolleranti. Così nasce il nostro fondamentalismo.