°°KRIYA YOGA… LO YOGA CHE SI REALIZZA ATTRAVERSO L’AZIONE Pandit Rajmani Tigunait°°
 
“Tapah-svadhyayeshvara-pranidhanani kriya-yogah”


La pratica schematica dello yoga consiste di tre componenti:
tapas (austerità), svadhyaya (studio di sé) e Ishvara pranidhana (incrollabile fede nel potere di Dio di guidare e proteggere).
Yoga Sutra II,1

Questo è il primo sutra (aforisma) del secondo capitolo, Sadhana-Pada (il capitolo su Sadhana che significa una strada che conduce immancabilmente a una meta attraverso un percorso graduale, da coprirsi compiendo un passo dopo l’altro e superando i traguardi intermedi che si presentano).
Nel primo capitolo, Samadhi Pada, Patanjali tratta del Samadhi, che considera il cuore dello yoga.
Samadhi è la libertà suprema, la libertà da tutte le cause di sofferenza, note e sconosciute. E’ il fondamento di una gioia duratura in quanto libera da paure e dubbi. In samadhi la mente è quieta e ritrova la sua capacità di vedere la realtà per quella che è veramente.
Il pre-requisito per raggiungere il samadhi è quello di diventare completamente liberi dalle attrattive e tentazioni del mondo e mantenere la concentrazione solo su un’unica realtà: il Sé interiore. Questo pre-requisito implica che se non si è stabili nella virtù di vairagya (distacco) non è possibile praticare lo yoga come descritto nel primo capitolo degli yoga sutra.

Vyasa (uno degli antichi commentatori del testo) afferma chiaramente che una mente disturbata, distratta e confusa non è in grado di raggiungere il samadhi. Il fascino che le attrattive mondane esercitano sulla mente la rendono agitata, e una mente agitata è facilmente disturbata e distratta. Quando incontra dei fallimenti nelle imprese mondane, la mente diventa frustrata e stanca. Questo tipo di mente è terreno fertile per pigrizia ed inerzia, diventando così offuscata.
Poiché per molti di noi è normale vivere con una mente disturbata, distratta ed offuscata diventa impossibile raggiungere lo stato di samadhi come descritto nel primo capitolo.

Dobbiamo allora rinunciare alla pratica di yoga perché non abbiamo una mente disciplinata, focalizzata, purificata e perfettamente stabile?
No, la pratica descritta nel secondo capitolo è specifica per coloro la cui mente ondeggia dal disturbato al distratto, al confuso, alla stabilità e ritorno. Siamo tutti dotati di capacità senza limiti. Il nostro potenziale è immenso.
Secondo Patanjali kriya yoga significa mettere in pratica sistematicamente un programma che faccia scoprire la propria forza. Con questo tipo di yoga si inizia a praticare dal punto in cui ci si trova. La pratica di yoga guida nel valutare lo stato fisico, la capacità di comprensione intellettuale, la maturità emotiva attuali e, in base a questa valutazione, determinare l’intensità e lo scopo della pratica stessa.
Kriya yoga consiste di tre componenti: tapas aiuta a valutare la capacità fisica, svadhyaya l’abilità intellettuale, Ishvara pranidhana permette di vedere in profondità la maturità emotiva.
Insieme, aiutano a vedere i nostri punti di forza e di debolezza e, attraverso una guida appropriata, ci aiutano a predisporre una pratica per la nostra crescita. Dopo questa valutazione si cammina facendo un passo per volta.

Tapas è generalmente tradotto con “austerità”. Nel contesto indiano l’austerità è associata con la più stretta rinuncia: digiuno, non possedere nessun oggetto materiale, vivere nelle caverne o nelle capanne e, nei casi estremi, stare su una sola gamba per anni, non usare le mani per mangiare, giacere su un letto di chiodi.
In occidente è associata al monachesimo: vivere in monastero, fare penitenza, digiunare, praticare il celibato e non possedere nulla. Quindi sia in occidente sia in oriente è associata al sacrificio.
Questa nozione di austerità, tuttavia, è controproducente per l’obbiettivo del tapas nello yoga.
Radiosità e chiarezza sono il cuore di tapas: la pratica è tapas solo quando aiuta a coltivare un corpo radioso e una mente chiara. Tapas non è una tortura o una vita di stenti ma piuttosto l’abilità di risvegliare l’energia addormentata in noi. Colui che intraprende questa pratica è chiamato “tapasvi”.
Ad un livello pratico tapas significa raccogliere il fuoco interiore superando pigrizia ed inerzia, diventando attivi, indipendenti dagli altri per la propria salvezza, facendosi carico del proprio destino e mettendo in pratica le proprie conoscenze intellettuali.
Come quando si mette in movimento una ruota bisogna affrontare la resistenza causata dall’inerzia, così negli stadi iniziali della pratica molte energie devono essere impiegate per superare le resistenze. Questo provoca disagio. Perseverare nonostante il disagio è tapas. Quando ci si impegna con questo disagio senza una reale comprensione dello scopo finale della pratica la mente lo percepisce come una tortura. Presto o tardi questo impegno diventa insopportabile e alla fine lo si abbandona. Se ci si forza a continuare si disturba l’equilibrio psicofisico. Le persone che non conoscono bene il nostro mondo interiore possono percepirci come mistici ma, in realtà, siamo nella presa di una follia spirituale.
Invece se si conosce perché si intraprende la pratica, qual è lo scopo e l’obiettivo, come essa può aiutarci a rimuovere l’inerzia del corpo e la confusione della mente, come può infondere il cuore della luce della realtà ultima allora si riesce a perseverare anche nelle prove che porta la pratica stessa. Le prove sono considerate un’opportunità e, allora, tapas può diventare sorgente di gioia.

Come si pratica tapas? Il primo livello della pratica consiste nel riportare il corpo in salute. Per coloro che hanno uno stile di vita non salutare, per esempio, adottare una dieta sana, fare un giusto movimento fisico, portare regolarità nel ritmo sonno-veglia, è un grande tapas. Infatti le abitudini radicate profondamente non amano essere modificate. Richiamare la forza di volontà, rimanere fedeli alla propria decisione e adottare uno stile di vita salutare è il punto d’inizio di un’austerità spiritualmente illuminata.
Questo livello di tapas porta il corpo in uno stato di equilibrio.

La pratica del pranayama (controllo ed espansione dell’energia vitale) porta tapas al livello successivo. I testi classici considerano il pranayama la più alta forma di tapas. Gli Yoga Sutra affermano che la pratica del pranayama distrugge il velo che nasconde la luce: in altre parole il fuoco del respiro brucia non solo le impurità fisiche ma anche quelle mentali. Il pranayama aiuta a purificare e rafforzare il sistema nervoso, risvegliare le forze addormentate della coscienza nei diversi cakra (centri sottili di energia) e, infine, bruciare i semi karmici depositati nel profondo del campo mentale. La pratica del pranayama andrebbe intrapresa solo dopo essere ben fondati nella pratica di hatha yoga.
Altre forme di tapas includono la ripetizione del mantra (formula recitata o espressa mentalmente), il servizio disinteressato agli altri, il pellegrinaggio, la pratica della veridicità nel pensiero, nella parola e nell’azione. Ognuno di essi aiuta ad espandere le proprie capacità fisiche, rendendoci in grado, un giorno, di sperimentare quali poteri illimitati sono depositati nel corpo.

Svadhyaya è genericamente tradotto come “studio di sé”. Questo potrebbe far pensare erroneamente allo studio senza un maestro. Secondo gli Yoga Sutra e il commentatore Vyasa, svadhyaya significa studiare sé stessi tramite la pratica di mantra sacri e riflettendo sulle “moksha shastra”, le scritture dedicate esclusivamente alle dinamiche della liberazione definitiva.
In un linguaggio più semplice lo studio di sé significa riflettere su se stessi, cioè su chi siamo, qual è la nostra vera natura, da dove veniamo, qual è il nostro scopo nell’essere qui, come ci relazioniamo agli altri, quali sono i nostri doveri in relazione agli altri, cosa abbiamo fatto nel passato e le sue conseguenze, cosa stiamo facendo ora e quali potrebbero esserne le conseguenze nel futuro, come è appagante la vita e i suoi doni e se siamo in grado o no di lasciare questo mondo con grazia e dignità.
Questa autoriflessione trova uno scopo e fluisce nella giusta direzione con uno scopo definito quando è accompagnata dalla ripetizione di un mantra sacro. Senza la ripetizione del mantra l’autoriflessione potrebbe limitarsi ad essere un esercizio intellettuale. È importante che il mantra sia sacro: non tutti i mantra posseggono un’energia spiritualmente illuminante. Lo studio di sé, inoltre, deve essere accompagnato dallo studio dalle scritture che abbiano come scopo la liberazione dell’anima. Queste scritture sono chiamate “moksha shastra” e includono la Bhagavad Gita, le Upanishad, lo Yoga Vasishtha e gli Yoga Sutra. Questi testi contengono delle linee guida ed assicurano che la direzione dello studio di sé sia corretta.
Questo tipo di studio di sé aiuta ad espandere le proprie capacità mentali e a raffinare la comprensione intellettuale, mettendoci in grado di comprendere se il percorso intrapreso è corretto.

Ishvara pranidhana è generalmente tradotto come “arrendersi a Dio”. Questa traduzione dà l’impressione di rinuncia e trasmette un senso di inazione, passività, di passare la propria responsabilità a Dio. Questa concezione dell’arrendersi a Dio è fuorviante e sbagliata.
Il primo passo per praticare Ishvara pranidhana richiede invece uno sforzo per comprendere il reale significato di Ishvara. Ishvara significa un potere divino illimitato, libero da ogni vincolo.
Non è solo onnipotente ma anche onnisciente. E’ propizio, senza origine e senza fine. Pervade tutto, è l’occhio dell’anima. La fede incrollabile nel potere di Dio di guidare e proteggere è l’essenza di Ishvara pranidhana.
Il secondo passo è quello di infondere di questa fede ogni nostra azione e, come ultimo passo, non essere condizionati dai risultati delle azioni.
Ishvara pranidhana è il test definitivo se stiamo o meno vivendo in presenza di Dio. Aiuta a valutare quanto siamo maturi nelle nostre convinzioni, quanto risoluti nelle nostre decisioni, quanto forti nel “ridimensionarci” in favore di Dio. Non c’è un modo più attivo nello svolgere i propri compiti che Ishvara pranidhana: lavorare duro con un’attitudine di arrendevolezza che deriva dal comprendere di essere semplicemente degli strumenti nelle mani di Colui che è onnipotente, onnisciente e il Signore di tutto ciò che esiste.

La struttura pratica dello yoga comprende dunque questi tre elementi - tapas, svadhyaya, e Ishvara pranidhana – che ci aiutano a disintossicare il corpo, nutrire la nostra consapevolezza e purificare la mente. Tutti e tre insieme ci aiutano a coltivare un alto livello di resistenza e forza. Di conseguenza ostacoli come malattia, negligenza, pigrizia e dubbio cominciano a diminuire la loro presa su di noi. Allora la pratica di yoga che porta alla quiete della mente diventa naturale e spontanea.

 

Tapah
Deriva da tapas e tapa; come verbo significa riscaldare, emettere luce, brillare, purificare, infiammare, cambiare, trasformare.Nella letteratura filosofica e spirituale tapas si riferisce alle pratiche e alle discipline mirate ad acquisire radiosità nel corpo e chiarezza di mente
   
Svadhyaya
Sva = sè; concernente la realtà interiore
Adhyaya = un capitolo, una fase, una porzione, una lezione, studio.
Insieme = significa lo studio di sé comprendendo ogni singolo capitolo della vita separatamente e in relazione con gli altri, un esauriente studio di sé e delle scritture.
   
Ishvara pranidhana
Ishvara = forza che protegge e guida, l’essere primigenio e onnisciente; l’insegnante di tutti gli insegnanti, l’anima libera da ogni afflizione, dal karma e dai suoi frutti.
Pranidhana= resa completa, piena accettazione, abbracciare strettamente; mantenersi al centro della vita.
Insieme = Ishvara pranidhana significa avere completa fede nel potere della realtà assoluta di guidarci e proteggerci.